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Fondazione dell'Angelo

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Storie di gente comune che ogni giorno cambia il mondo

Garzone a 13 anni

Angelo, figlio di Rosa Saladino Lococo e Giovanni Canale, era il quinto di nove figli. Quando il padre, antifascista, rifiutò di marciare il sabato,  e fu mandato “all’isola a rompere pietre”, Rosa rimase sola, con nove bambini, l’ultimo di appena sei mesi. Angelo cominciò allora a portare il pane casa per casa, per una lira o, talvolta, per un filone. Nel dopoguerra entrò in ferrovia come aiuto macchinista, quando le locomotive andavano ancora di carbone. Partì per Torino, dormendo nei compartimenti, mentre sulle case pesava la scritta: “Non si affitta ai meridionali”. Angelino continuò, portando con sé dignità e speranza.

La famiglia il suo cuore

La famiglia fu sempre il cuore di Angelo. Alla madre riservò una devozione silenziosa e infinita; al padre, un rispetto profondo, nato dal coraggio e dal dolore. Lavorò senza risparmiarsi perché i fratelli potessero studiare, diventando per tutti riparo, consiglio e presenza. Nelle difficoltà arrivava prima delle parole, con mani operose e uno sguardo capace di rassicurare. Timorato di Dio, sapeva che la famiglia è il bene più prezioso, l’unica pianta dalla quale possiamo davvero sbocciare. Nella casa del rione ferrovieri, a pochi passi dalle Sbarre Centrali, Angelo aveva cresciuto il suo cuore, facendone casa per tutti, senza chiedere nulla.

L'amore per i treni e la politica

Angelo amava i treni come si amano le strade che conducono lontano. Capace, intelligente e instancabile, crebbe nella Ferrovia fino a vincere il concorso e diventare, allora, il più giovane Capo Deposito d’Italia. Ma il successo non lo allontanò dagli altri: difese i lavoratori, rifiutò ogni ingiustizia e scelse il sindacato come voce degli ultimi. La politica divenne per lui passione, responsabilità e speranza. Fu proprio grazie al suo migliore amico, compagno di ideali e di battaglie, che incontrò la donna della sua vita: l’amore capace di dare un nuovo senso a ogni viaggio e trasformare il destino in casa.

Lidia

Franco, migliore amico di Angelo, conosceva la bontà del suo cuore. Un giorno organizzò un caffè a casa sua e invitò la sorella Lidia, ancora nubile. Era bella, cresciuta dalle suore nel convento del paese; insegnava, ricamava e custodiva una fede limpida in Dio. Quando entrò con il vassoio, i loro sguardi si fermarono l’uno nell’altro. Da quell’istante nacquero incontri, attese e confidenze, finché l’amore divenne promessa. Cosi Angelo raggiunse il paese di Lidia, con l’anello e tutta la sua famiglia, per chiederne la mano. Si sposarono nel luglio 1968; Mino Reitano, cugino di Lidia, dedicò loro, “Avevo un cuore che t’amava tanto”.

I figli, la sua eredità

Con Giovanni arrivò il primo figlio, il maschio tanto atteso secondo le consuetudini di allora. Ma Rosa, la sua bambina, divenne il punto più tenero del cuore di Angelo: un amore assoluto, custodito fino all’ultimo respiro. In lei riconobbe il coraggio di osare che la vita gli aveva spesso negato. Angelo aveva sempre pensato agli altri, scegliendo la strada sicura, mai quella della possibilità. Per questo sostenne ogni progetto di sua figlia, vedendo in lei orizzonti che per sé aveva dovuto rinunciare. Il loro legame resta una luce, un esempio, e l’ispirazione più profonda di questa Fondazione, nata per trasformare l’amore in cura.

Un amore che diventa cura

Questa Fondazione nasce dal legame profondo tra Angelo e sua figlia Rosa, un amore silenzioso, tenace, capace di attraversare ogni stagione della vita. Rosa ha scelto di custodire la memoria di un padre comune e straordinario: un uomo semplice, onesto, timorato di Dio, che ha vissuto santamente il dovere, il lavoro e la famiglia. Nel suo esempio ha imparato che la famiglia è la nostra radice e il bene più prezioso: per questo nessuno deve essere mai lasciato indietro. La Fondazione rivolge lo sguardo agli anziani fragili, soprattutto a quelli dimenticati dalle proprie famiglie, offrendo cura, dignità e presenza.

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Se desideri trasformare il tuo tempo in presenza, ascolto e cura, la Fondazione dell’Angelo ha bisogno anche di te. Cerchiamo volontari sensibili, affidabili e disponibili ad affiancare anziani fragili e famiglie spesso sole, offrendo compagnia, sostegno e piccoli gesti capaci di restituire dignità. Non servono qualità straordinarie: bastano un cuore aperto, rispetto e desiderio di esserci. Entrare nella nostra rete significa custodire la memoria di Angelo e continuare il suo esempio di solidarietà concreta. Contattaci per conoscere le attività, i percorsi di formazione e le modalità per unirti a noi. Perché nessuno dovrebbe invecchiare sentendosi dimenticato.

Il nostro impegno

Demenza in Italia: dimensioni e significato del problema

L’espressione “demenza senile”, ancora molto diffusa, non indica una conseguenza normale dell’invecchiamento, ma un insieme di malattie che compromettono progressivamente memoria, orientamento, linguaggio, capacità di giudizio e autonomia. Tra queste, la malattia di Alzheimer è la forma più frequente. Secondo le stime più recenti dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia vivono circa 1,2 milioni di persone con demenza di almeno 65 anni, delle quali fra 550.000 e 660.000 affette da Alzheimer; si aggiungono circa 24.000 persone tra i 35 e i 64 anni con demenza a esordio precoce. 

Il fenomeno coinvolge però una popolazione molto più ampia: coniugi, figli, nipoti, assistenti familiari e operatori. Le precedenti valutazioni dell’ISS stimavano in circa tre milioni le persone direttamente o indirettamente interessate.  L’invecchiamento della popolazione italiana renderà il problema sempre più rilevante, soprattutto nei territori dove gli anziani vivono soli o lontani dai figli. La demenza non modifica soltanto le facoltà cognitive: può alterare comportamento, sonno, alimentazione, mobilità e capacità di riconoscere persone e luoghi. Per questo richiede una risposta sanitaria, sociale e familiare continuativa, capace di proteggere la dignità della persona anche quando le sue possibilità di comunicare e scegliere diventano più fragili.

Diagnosi, prevenzione e percorso di cura

Una diagnosi tempestiva permette di distinguere la demenza da depressione, delirium, effetti dei farmaci, disturbi metabolici e altre condizioni potenzialmente curabili. Il percorso dovrebbe iniziare dal medico di medicina generale e proseguire, quando necessario, nei Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze, attraverso valutazioni cliniche e neuropsicologiche, esami di laboratorio e indagini strumentali. Le linee guida nazionali affrontano diagnosi, trattamento e gestione anche del Mild Cognitive Impairment, una condizione di deterioramento cognitivo lieve che non sempre evolve verso la demenza. 

Non esiste una strategia capace di eliminare completamente il rischio, ma la prevenzione cardiovascolare e uno stile di vita attivo possono contribuire a proteggere la salute cerebrale. Controllare pressione, diabete, colesterolo, fumo e obesità; praticare attività fisica; mantenere relazioni sociali; correggere deficit uditivi e visivi; dormire adeguatamente e stimolare le capacità cognitive sono interventi utili lungo tutto l’arco della vita. Dopo la diagnosi, la cura non coincide soltanto con la prescrizione farmacologica. Sono fondamentali la comunicazione con la famiglia, l’adattamento dell’abitazione, la prevenzione delle cadute, la gestione dei disturbi comportamentali e la pianificazione dell’assistenza futura. Il Piano Nazionale Demenze promuove percorsi integrati e interventi contro stigma e isolamento, ma la loro concreta applicazione resta disomogenea tra i territori.

Assistenza quotidiana e continuità dei servizi

Con l’avanzare della malattia, la persona può aver bisogno di aiuto per assumere i farmaci, preparare i pasti, lavarsi, vestirsi, usare il bagno, muoversi in sicurezza e orientarsi dentro o fuori casa. Possono comparire agitazione, apatia, aggressività, allucinazioni, vagabondaggio, inversione del ritmo sonno-veglia e difficoltà nella deglutizione. L’assistenza efficace richiede quindi una rete composta da medico di famiglia, specialisti, infermieri, servizi sociali, fisioterapisti, psicologi, centri diurni, assistenza domiciliare e, nelle fasi più complesse, strutture residenziali adeguate.

Il principale problema italiano è la frammentazione. L’ISS ha rilevato differenze significative tra Regioni, con servizi generalmente più sviluppati ed efficienti al Nord rispetto al Centro, al Sud e alle Isole. Cambiano i tempi di accesso, gli orari dei centri, la disponibilità degli esami diagnostici e la capacità di garantire continuità dopo la diagnosi.  Il Ministero della Salute mantiene una mappatura della rete nazionale, ma conoscere l’esistenza di un servizio non significa necessariamente riuscire ad accedervi rapidamente. 

Occorre rafforzare soprattutto l’assistenza domiciliare integrata, i centri diurni, i ricoveri temporanei di sollievo e la disponibilità telefonica nelle crisi. La permanenza a casa può favorire orientamento e serenità, ma è sostenibile soltanto quando la famiglia dispone di formazione, aiuti professionali e periodi reali di riposo.

Ricadute sulla famiglia, solitudine e rottura dei legami

Nella maggior parte dei casi la famiglia diventa il principale luogo di cura. Il caregiver organizza visite e terapie, sorveglia la sicurezza, gestisce l’igiene, affronta le crisi notturne e spesso sostiene personalmente le spese. In Italia questo ruolo è assunto soprattutto dalle donne, che rappresentano quasi l’80% dei caregiver familiari.  L’impegno può durare molti anni e provocare ansia, depressione, disturbi del sonno, isolamento, conflitti tra fratelli, riduzione dell’orario lavorativo o abbandono dell’occupazione.

Il tema dei figli che “abbandonano” i genitori richiede attenzione e rispetto. Esistono situazioni di reale trascuratezza, ma spesso ciò che appare come disinteresse nasce da distanza geografica, precarietà economica, famiglie frammentate, assenza di servizi, esaurimento psicofisico o incapacità di affrontare comportamenti molto complessi. Colpevolizzare i familiari rischia di nascondere il problema strutturale: nessuna famiglia dovrebbe essere lasciata sola a garantire assistenza continua, giorno e notte.

La prevenzione dell’abbandono passa quindi attraverso sostegno psicologico, gruppi di auto-aiuto, formazione pratica, mediazione familiare, assistenza domiciliare e servizi di sollievo. È inoltre necessario proteggere la persona da abusi, incuria, truffe e isolamento sociale. Anche il caregiver deve essere considerato destinatario di cura: sostenere chi assiste significa proteggere direttamente l’anziano e rendere più umano e stabile l’intero percorso familiare.

Costi economici e lavoro di cura invisibile

Secondo l’Osservatorio Demenze dell’ISS, le demenze generano in Italia un costo complessivo stimato in circa 23 miliardi di euro all’anno, la cui parte maggiore ricade sulle famiglie.  Il costo non comprende soltanto visite, farmaci, dispositivi, assistenti familiari o rette delle strutture. Esiste un’enorme componente indiretta: ore di assistenza non retribuita, permessi lavorativi, riduzione del reddito, pensionamento anticipato e rinuncia alla carriera. A ciò si aggiungono adattamenti della casa, sistemi di sicurezza, trasporti, incontinenza, alimentazione speciale e assistenza notturna.

Le disuguaglianze economiche influenzano profondamente la qualità della cura. Una famiglia con risorse può acquistare molte ore di assistenza, mentre chi ha redditi bassi deve affidarsi quasi completamente ai parenti. Anche l’indennità di accompagnamento, pur essendo importante, non è calibrata sul reale numero di ore necessarie né sull’intensità dei disturbi cognitivi e comportamentali. Nei casi avanzati, un’unica persona può aver bisogno di sorveglianza continua.

Investire nei servizi pubblici non rappresenta soltanto una spesa, ma può prevenire ricoveri impropri, incidenti domestici, accessi ripetuti al pronto soccorso e istituzionalizzazioni premature. Servono sostegni economici accessibili, procedure più semplici, agevolazioni lavorative, tutele previdenziali e un riconoscimento concreto del lavoro dei caregiver. La sostenibilità economica deve essere valutata insieme alla dignità della persona e alla salute dell’intero nucleo familiare.

Priorità future e interventi utili per le famiglie

Una politica efficace sulle demenze dovrebbe partire da un principio: la persona non coincide con la propria diagnosi. Anche nelle fasi avanzate conserva bisogni affettivi, preferenze, sensibilità e diritto al rispetto. Le priorità italiane sono la diagnosi tempestiva, l’uniformità dei servizi regionali, l’integrazione tra sanità e assistenza sociale, la formazione degli operatori e il sostegno continuativo ai caregiver. Il Fondo per l’Alzheimer e le demenze è stato destinato anche alla formazione, all’informazione e allo sviluppo di strategie e programmi assistenziali, ma occorrono finanziamenti stabili e valutazioni trasparenti dei risultati. 

Per le famiglie sono particolarmente utili sportelli di orientamento, consulenza legale e previdenziale, supporto psicologico, gruppi di incontro, visite domiciliari, centri diurni, trasporto assistito e periodi di sollievo. È importante predisporre per tempo deleghe, amministrazione di sostegno, disposizioni anticipate di trattamento e una pianificazione condivisa delle cure, rispettando le capacità decisionali ancora presenti.

Le associazioni e le fondazioni possono colmare vuoti decisivi: finanziare ore di assistenza, adattamenti domestici, attività cognitive, musicoterapia, accompagnamento alle visite e formazione per i familiari. Possono inoltre contrastare stigma e solitudine attraverso comunità “amiche della demenza”. La risposta più efficace non è sostituire la famiglia, ma affiancarla: creare attorno all’anziano una rete competente e affettuosa, capace di aumentare comfort, sicurezza e qualità della vita senza lasciare nessuno solo.

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